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Carlo Alberto dalla Chiesa

December 20, 2017

 

Un uomo, lo stato e l’antistato

 

«Mi mandano in una realtà come Palermo, con gli stessi poteri del prefetto di Forlì»

 

Carlo Alberto Dalla Chiesa, figlio di Romano vice comandante generale dell'Arma dei carabinieri, nasce a Saluzzo, in provincia di Cuneo, il 27 settembre del 1920. Non passa per l'accademia ed entra nei carabinieri come ufficiale di complemento durante lo scoppio della Seconda guerra mondiale.

 

Nel settembre del 1943 diventa comandante a San Benedetto del Tronto, sotto la Resistenza partigiana.

 

Finita la guerra con il grado di capitano, sposa Doretta Fabbo. Con lei avrà tre figli, Nando (futuro politico) e Rita (conduttrice tv, soprattutto del famoso programma Forum) e Simona.

 

La Prima volta in Sicilia è a Corleone nel 1949. Il capitano Dalla Chiesa si trova ad indagare su ben 74 omicidi, tra cui quello di Placido Rizzotto, sindacalista socialista. Alla fine dell’anno indica Luciano Liggio come responsabile dell'omicidio.

 

Per i suoi ottimi risultati riceve una Medaglia d'Argento al Valor Militare.

 

Dopo un giro per l’Italia, Firenze, poi Como e Milano, nel 1963 è a Roma con il grado di tenente colonnello. Uno strano trasferimento, ordinato dal generale Giovanni De Lorenzo, lo porta a Torino.

 

È del 1966 il ritorno in Sicilia. Con il grado di colonnello, al comando della legione carabinieri di Palermo. Inizia le prime indagini sulle presunte relazioni fra mafia e politica. I risultati, come ci si aspetta da Dalla Chiesa, non mancano; assicura alla giustizia boss malavitosi come Gerlando Alberti e Frank Coppola.

 

Nel 1968 interviene nel Belice in soccorso alle popolazioni colpite dal sisma e gli viene consegnata una medaglia di bronzo al valor civile.

 

Nel 1974, Dalla Chiesa, diventato generale di brigata l’anno prima, viene assegnato al comando della regione militare del nord-ovest (Piemonte, Valle d'Aosta e Liguria). Crea un pool antiterrorismo selezionando in prima persona alcuni ufficiali dell'arma.

 

Ed è nel settembre dello stesso anno che cattura a Pinerolo Renato Curcio e Alberto Franceschini, esponenti di spicco delle Brigate Rosse, grazie anche all'infiltrazione di Silvano Girotto, soprannominato "frate mitra".

 

 Questa operazione gli vale l’incarico di coordinatore del reparto speciale per la lotta al terrorismo, creato proprio per contrastare il fenomeno delle Brigate rosse che in quegli anni imperversano.

 

Seppur coinvolto in vicende che lo scuotono, alla fine del 1981 diventa vice comandante generale dell'Arma.

 

L’ultima volta in Sicilia è nel 1982. Dalla Chiesa scrive al presidente del Consiglio Giovanni Spadolini queste parole:

 

«La corrente democristiana siciliana facente capo ad Andreotti sarebbe stata la "famiglia politica" più inquinata da contaminazioni mafiose».

 

Un mese dopo viene improvvisamente inviato in Sicilia come prefetto di Palermo per contrastare l'insorgere dell'emergenza mafia, è costretto a lasciare le indagini sui terroristi.

Lamenta più volte la carenza di sostegno da parte dello stato; emblematica e carica di amarezza rimane la sua frase:

 

«Mi mandano in una realtà come Palermo, con gli stessi poteri del prefetto di Forlì».

 

Nell'intervista rilasciata a Giorgio Bocca (7 agosto 1982) c'è la presa d'atto del fallimento dello Stato nella battaglia contro Cosa Nostra, delle connivenze e delle complicità che hanno consentito alla mafia di agire indisturbata per anni. L’articolo però invece di una reazione dello stato scuote la mafia che aveva già nel mirino il generale.

 

È la sera del 3 settembre 1982, Carlo Alberto Dalla Chiesa e la sua seconda moglie (sposata solo poche settimane prima) Emanuela Setti Carraro si dirigono verso un ristorante a bordo della loro A112 bianca, seguiti dall'agente di scorta Domenico Russo alla guida di un'Alfetta.

 

Intorno alle 21,15, lungo via Carini, vengono affiancati da una Bmw e da una motocicletta, da queste parte una raffica di kalashnikov AK-47 che uccide i due coniugi e l’agente di scorta, Domenico Russo.

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